• È quella delle donne che diventano staffette partigiane nelle Brigate garibaldine.
    A loro il "Messaggero di Sant'Antonio" (aprile 2018) dedica un importante "dossier Storia" con testimonianze ed immagini del tempo a cura di Nicoletta Masetto.
    Marisa Ombra, 93 anni il 30 aprile, parla anche delle ragazze di oggi che "si trovano davanti a difficoltà diverse, ma egualmente immense. L'augurio è che anche loro trovino la forza di affrontare con lo stesso nostro coraggio le sfide che la vita pone davanti".

    A Rimini il 20 aprile è stato presentato il film "Libere" di Rossella Schillaci, sulle donne durante la Resistenza e nel primo dopoguerra: "Venivano da vent'anni di dittatura e si resero conto di tutte le discriminazioni che subivano", ha dichiarato la regista a Vera Bessone ("Corriere Romagna", 21 aprile). "Volevano cambiare la società. Tutto questo non è ancora emerso a sufficienza", aggiunge Rossella Schillaci: accanto alle madri di famiglia c'è anche "una serie di ragazzine, molto giovani".

    La sfida delle donne nel 1943Come Elda Carboni (foto): "Nome di battaglia Sonia" dice il titolo del volume che sua figlia Laura Carboni Prelati le ha dedicato ed ha presentato alla Biblioteca di San Mauro Pascoli il 19 aprile.
    Marcello Tosi sul "Corriere Romagna" ha intervistato l'autrice che ricorda come sua madre sia entrata nelle squadre di azione partigiana di Faenza appena 17enne con il ruolo di staffetta, per divenire poi combattente della VIII Brigata Garibaldi assieme al fratello Alberto.

    Con Angela de Rubeis ("il Ponte", 22 Aprile), Laura Carboni ha ricostruito la nascita del libro: "L'aver raccolto dalla sua viva voce, scavando nel passato, i fatti e le situazioni contingenti che riguardavano la sua gioventù, ha risvegliato nel suo animo sentimenti che per molto tempo erano rimasti in ombra, appannati dalla quotidianità così impellente quanto necessaria"


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  • Riministoria - il Rimino



    Ho frequentato l'Istituto Magistrale alla fine degli anni Cinquanta. Allora la lotta per la supremazia studentesca era affidata in città ai duelli pedagogici di Ragioneria e Classico, l'un contro l'altro armati nella pretesa di sfornare «la meglio gioventù».
    I loro presidi (Remigio Pian ed Arduino Olivieri) rappresentavano con onestà un mondo sgretolato dalla guerra: lo vivevano ancora dentro l'animo, ma non esisteva più. Si legga il regolamento dettato da Olivieri in quegli anni: sembra uscito dalla penna di qualche istitutore della Restaurazione o della Controriforma.

    Alcuni dei miei docenti sono stati anche insegnanti nel «Giulio Cesare», come il preside Ermenegildo Prosperi ed i professori Campagna e Micheli.
    Prosperi, al ritorno dalla vacanze estive, pretendeva che sapessimo il latino dell'anno prima. Ci affascinava però con le sue lezioni di storia del '900, quando sostituiva qualche insegnante assente.
    Campagna in terza magistrale ci aprì nuovi orizzonti. La letteratura mi piaceva, lui citava continuamente Francesco De Sanctis, io ne lessi di corsa la storia della letteratura nei due volumetti editi da Feltrinelli. Non amava molto la Storia. Nel libro di testo usato allora, ho ancora i «no» relativi ad importanti argomenti che ci fece 'saltare'. Era gustosamente polemico.
    Come tema ci propose una volta di sceneggiare un episodio dantesco. Mi cimentai con quello di Paolo e Francesca. Al momento del «disiato riso» e prima del bacio, facevo congiungere le loro mani. L'idea non piacque a Campagna. Neppure quando, guarda caso, la trovai realizzata in un carosello televisivo.

    Micheli aveva una capacità di esposizione eccezionale, ma non sapeva mantenere la disciplina. Oltre il primo banco, non si udiva parola del suo brillante eloquio. Non fece mai lezione di Geografia, prima dell'Esame di Abilitazione, per pura precauzione, mi premurai di guardare l'indice del testo.

    La vita scolastica ha uno strano destino. I nostri ricordi ci rimandano spesso non alla sapienza che ci ha trasmesso od ha creduto di fornirci, quanto alle nostre follie studentesche. Ecco perché più della dottrina di un prof, resta la memoria di un suo particolare esistenziale. Come in questa citazione fatta da un giornaletto del «Giulio Cesare»: «Dato un basco, trovare il preside Ceccarelli».

    Se io non sono riuscito mai a capire bene la Matematica, lo debbo ad una professoressa detta Cerbero, conosciuta anche come «DDT» perché non faceva volare una mosca. Terribile, distaccata, gelida, saliva (lei piccolina) su di una cattedra altissima, e ci scrutava con la noia di uno squartatore di pollastri, infastidito dall'odore delle interiora. Dagli occhi traspariva un qualcosa d'indefinibile, come certi gelati fatti in casa, senza gusto e senz'anima.
    La Chimica non l'ho mai assimilata grazie al carosello di nove supplenti succedutesi in sei mesi, e poi sparite dalla circolazione, tutte in congedo per maternità.

    In Italiano, ho rimediato un quattro, quando scrissi che mi piaceva correre in bicicletta sotto la pioggia. Ai nostri tempi non c'era libertà di pensiero. Alla prof. di Lettere volevo regalare una copia della scespiriana «Bisbetica domata», ma non consideravo l'aggettivo corrispondente alla realtà.
    La scuola era come l'antico Olimpo: nella parte di Giove tonante, c'era il preside, mitico eroe della burocrazia e protagonista di mille omeriche battaglie contro merende, sigarette, camicie senza cravatte, cravatte senza giacche e giacche senza bottoni.
    Minacciava una sua circolare: «È vietato fumare nel raggio di 300 metri dalle aule». Fu così che, per puro fatto urbanistico, sotto la sua giurisdizione scolastica finirono il municipio, l'ospedale ed alcune banche.

    Mi iscrissi alle Magistrali, conseguendo nel primo anno un risultato pressoché disastroso. Confermato nella mia antipatia verso la Matematica, fui rimandato ad ottobre, come si diceva dimenticando che gli esami di seconda sessione si svolgevano a settembre. Pagavo pegno per la lettura sottobanco della «Gazzetta dello Sport» in quelle noiosissime ore trascorse in un silenzio surreale che aveva come unica alternativa un ben più compromettente sonnellino. Dopo quell'estate trascorsa chino sui libri, smisi di leggere i quotidiani sportivi.
    Ma la Matematica non fu sola. Dovetti riparare non so perché in Francese, nonostante una discreta pronuncia (insolita in città, dove l'influsso dialettale è deleterio), grazie alla capacità linguistica di mio padre il quale parlava correntemente anche il Tedesco (che però non m'insegnò mai).

    Non c'è due senza tre: nell'ultimo trimestre mi rovinai (o per meglio dire, mi fu rovinata) la più che sufficiente media in Italiano. Nel compito in classe conclusivo scelsi il titolo che diceva semplicemente: «Quando piove». Ispirandomi al proverbiale svolgimento del Pierino delle barzellette, che dovendo trattare di «Quando passa il treno» condensò i suoi pensieri in un laconico: «Mi sposto», mi sarei forse salvato se avessi scritto soltanto: «Apro l'ombrello». Invece mi dedicai con aperta vena confidenziale a spiegare quanto fosse «bello» andare in bicicletta sotto l'acqua.
    Apriti cielo, fu proprio il caso di dire nel fatidico giorno della pubblica correzione dei compiti quando ognuno di noi veniva messo alla berlina se di sesso maschile, od elogiato se apparteneva alla eletta schiera delle femmine che chissà perché sapevano fare tutto, e se anche non capivano granché trovavano in genere completa comprensione da parte delle insegnanti, e anche da parte degli insegnanti (maschi) nei casi rari e particolari in cui alla capacità subentrassero esclusivamente simpatia o bellezza.
    Pure in seconda ripassai a settembre per Italiano perché la nuova professoressa non gradiva le mie spiegazioni letterarie.
    Trascorsi l'estate ad esercitarmi con un amico di mio padre, il prof. Nevio Matteini, noto scrittore e studioso di storia riminese. Alla lettura della prima prova scritta che mi aveva assegnata (i suoi titoli erano chiaramente liceali, ovvero non facili), ebbi la soddisfazione di sentirmi dire: «Ma lei sa scrivere». Le cose filarono lisce in terza e quarta, soprattutto in Italiano.

    In terza il prof. Campagna s'accorse che c'erano allievi bravi allo scritto ma che poi facevano scena muta all'orale. Ideò un tranello, un compito in classe all'improvviso in cui i furbi vennero scoperti. (Uno di loro era molto organizzato. Per lo scritto di Latino portava a scuola pagine e pagine di versioni già tradotte. Una volta si smascherò da solo non essendosi accorto che il testo datoci dalla insegnante era più breve di quello che ricopiò lui.)
    Avevamo il turno pomeridiano. Con la terza che andava al mattino, e quello stesso giorno aveva affrontato pure essa il compito in classe, il prof. Campagna s'era vantato del tranello preparato. Qualche compagno di lotta e di sventura ci avvertì del progetto punitivo e soprattutto dei temi assegnati, che sarebbero stati gli stessi anche per noi. In pochi minuti chi sapeva qualcosa di letteratura poté documentarsi su argomenti di una pignoleria terrificante, e fare ottima figura con grande soddisfazione anche del docente.

    In terza e quarta magistrale ho avuto due ottimi insegnanti di Lettere. Tutti presi dalla Letteratura trascuravano con spaventosa impudicizia l'insegnamento della Storia.
    Conservo ancora i libri di quest'ultima materia: il volume del glorioso Saitta di terza, in certi capitoli ha l'annotazione di mano mia (e volontà del docente), "Saltare".
    Riaprendoli adesso mi vergogno non di quella scritta ma del taglio, che ci privava di antefatti e punti di collegamento.
    A quello che la scuola non poteva o non voleva dire, cercavo timidamente di porre riparo leggendo libri e giornali. La domenica era il giorno sacro, con il pomeriggio tutto dedicato a sfogliare carta.
    Non mi piaceva andare a ballare come facevano molti compagni di scuola, preferivo leggere. Non so se sia servito a qualcosa. Se è servito, il merito va soltanto a chi scriveva su quei giornali, a chi li cucinava bene o male secondo gusti e tendenze dell'epoca, a chi tutto sommato ci apriva la mente per capire qualcosa del mondo.

    Quando frequentavo nella primavera del 1960 la quarta magistrale, comperai nel mitico negozio dei fratelli Sarti che ne furono i primi importatori, un completo di tela di jeans, giacca e calzoni, che feci debuttare in un tranquillo pomeriggio a scuola. Il preside mi vide all'ingresso, mi tenne d'occhio, e durante la ricreazione venne ad accertarsi della mia tenuta nel corridoio vicino alla nostra aula. Impassibile, mi fece un giro attorno guardando con attenzione (soltanto curiosità e nessuno scandalo, immagino) alla stoffa che indossavo. Racconto l'episodio per spiegare che bastava poco per essere messi sotto osservazione e passare per «gioventù bruciata» come si diceva allora ripetendo il titolo di un celebre film del 1955 con James Dean.



    Queste righe raccolgono cose da me scritte in varie sedi, dal settimanale riminese " il Ponte" al web.


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  • Un ricordo sinceramente commosso dedico a Valeriano Moroni, uomo onesto e privo di quella volgare tendenza a primeggiare nelle cose a danno degli altri, tendenza che tanto è diffusa a Rimini. Anzi, anche lui, ne fu vittima come ebbe modo di confidarmi varie volte.
    È scomparso il 19 marzo.
    Si occupava della storia della marineria riminese con una passione limpida che suscitò feroci invidie nei suoi confronti, lo appresi direttamente da lui stesso.
    C'eravamo conosciuti nella frequentazione della Biblioteca Gambalunga, dove lui "trovò" un documento degli Anni Trenta, una rassegna stampa curata da mio padre che era funzionario dell'Azienda di Soggiorno. Con onesta ammirazione per quel lavoro, me lo segnalò, dimostrandomene l'importanza. Erano i primi anni Novanta del secolo scorso.
    Io lavoravo con passione, a quel tempo, suscitando l'invidia e l'odio di persone che pretendevano una sola cosa, la ricerca storica doveva essere campo d'azione dei soliti privilegiati, protetti da quanti gestivano anche gli accessi universitari, per cui ogni attacco ad un "nemico" dei comandanti doveva trasformarsi in una spintarella verso una cattedra per gli spioni.
    I miei controllori me ne hanno fatte di tutti i colori, ma non sono mai riusciti ad arrivare alla meta dell'ingresso ad una cattedra universitaria.
    Anche di questo spesso si parlava allegramente per strada con Valeriano Moroni che ricambiava le notizie mie con quanto succedeva contro di lui.
    La cultura non è quel limpido e trasparente paradiso dove albergano anime innocenti, ma l'anticamera di quell'inferno in cui tu devi precipitare grazie ai malvagi che vogliono primeggiare da soli.
    Fu lui che mi spinse ad occuparmi di Capitan Giulietti. Al Convegno riminese su Giuseppe Giulietti del 21 giugno 2003, fui chiamato da Moroni a presentare una relazione sulla marineria riminese tra 1700 e 1800, che riproduco sui sotto.(Il testo comprensivo delle note si trova nell'archivio del 1700.)
    Sul Convegno scrissi nel "Rimino" una breve nota, intitolata "Esperimento-Giulietti: convegno senza 'tromboni'". La riprendo in fondo alla pagina.
    Antonio Montanari

    MARINERIA E SOCIETÀ RIMINESE (1700-1800)
    Relazione presentata al Convegno su Giuseppe Giulietti,
    Rimini, 21 giugno 2003
     

    Nel corso del 1700 e per la prima metà del 1800 nella vita sociale di Rimini, la Marineria gioca un ruolo molto importante, a cui però non corrispondono né una soddisfacente condizione economica, né un qualsiasi coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica.
    Nel 1791 Francesco Battaglini scrive che alla «classe marinaresca tanto utile alla Città nostra, e nel tempo stesso sì grama, e misera», fanno capo «a dir poco» duemila persone.
    Cinque anni dopo, nel 1796, un documento ufficiale della Municipalità riminese calcola questa classe in «circa tre mila Persone», quasi un quarto degli abitanti della città. Faticosamente, dopo l’armistizio del 23 giugno dello stesso 1796, la Municipalità riminese ha impedito «l’emigrazione di molti abitanti del Porto».
    Nel 1835 «Naviganti e Pescatori» attestano che la «numerevole marina» del nostro Porto è «forte di tremila e trecento anime tutto compreso, tanto naviganti che peschereccia». Cessato ogni commercio e resosi «scarsissimo il pesce» (essi scrivono alla Segreteria di Stato), «languiscono e moion di fame sì i Naviganti, che i Pescatori colle innocenti numerevoli loro Famiglie»: sono «gente buona sì, ma rozza, impetuosa, ed amareggiata da una miseria, che quasi la sospinge alla disperazione».
    1843: la «classe infelice» e «numerosa de’ Marinai, e Calafati non che Commercianti» si dichiara costituire «una quarta parte della Popolazione» riminese. [B 684]
    1856: «più di cinque mila persone» sono «dedite specialmente ai negozi marittimi d’ogni specie». Lettera del Gonfaloniere di Rimini all’ingegner Maurizio Brighenti (autore di un progetto di rinnovamento del canale).
    1857: risultano 908 addetti per 199 navigli (23 capitani mercantili, 65 «paroni di piccolo corso» ed 820 marinai in genere).
    1861: 1.659 addetti (1.165 per il commercio e 494 per la pesca) per 123 navigli (46 da commercio e 77 da pesca).
    Commercio: 27 capitani, 108 padroni, 730 marinari, 300 mozzi.
    Pesca: 90 padroni, 334 marinai, 70 mozzi.
    Ad una famiglia di miseri pescatori appartiene Giulietti che nasce nel 1879, sul finire di un secolo in cui le cose non mutano granché rispetto al Settecento, come non muteranno neppure all’inizio di quello successivo, secondo quanto testimonia il deputato liberale Gaetano Facchinetti a proposito degli eventi bellici del 1915, annotando che essi colpirono gravemente «la numerosa e povera classe marinara».
    Nella catena delle forze sociali che vivono all’interno dell’«antico regime», la «classe marinara» costituisce l’anello più debole. Essa però è ugualmente temuta, come ricaviamo da una lettera del 14 luglio 1796 (dopo l’apparire dei Francesi in Romagna), in cui la Municipalità scrive al Legato, che questa «classe marinara» è non soltanto «numerosa», ma anche «poco docile».
    E «poco docile» essa si è già dimostrata il 26 aprile 1768, organizzando «un terribile tumulto» contro Serafino Calindri ed il suo progetto di espurgazione del canale. Calindri se ne era andato da Rimini temendo che un bandito (il «noto Brugiaferro»), fosse stato assoldato per toglierlo dalla circolazione, allo scopo di favorire il prolungamento dei moli proposto dal medico Giovanni Bianchi, nume tutelare della cultura e della scienza riminese. Sono questi gli anni in cui padre Boscovich definisce il porto «massima risorsa» della nostra città.
    Ma «poco docile» la classe marinara appare anche nelle questioni che oggi chiameremmo sindacali, quando si tratta di difendere i diritti dei lavoratori nei confronti dei «Padroni» delle Barche che, ad esempio, somministravano ai loro marinai cattivo vitto e «vino corrotto».
    «Padroni» sono detti non i proprietari, ma i «Conduttori» della barche. Non sempre i «Padroni» sono anche proprietari delle barche. Ad investire nell’ambiente del porto, oltre ai commercianti, figurano pure nobili cittadini che «impiegano vistose somme di denaro in crediti, cambi marittimi e nell’acquisto di barche».
    Fra questi nobili troviamo Nicola Martinelli, il quale, seguendo le teorie di Cesare Beccaria, si batte per la libertà di panizzazione, e si oppone a Francesco Battaglini che sostiene invece il sistema pubblico dell’Annona. La famiglia Martinelli inoltre possedeva 21 case nel Borgo San Giuliano.
    Un «Padrone», per farsi la barca, deve indebitarsi per un periodo così lungo che normalmente coincide con quasi tutta la durata della barca stessa, che è di dieci-quindici anni. Il povero pescatore, si scrive nel 1869 in un documento ufficiale, consuma tutta la sua vita «sempre in debito ed a vantaggio di quattro vampiri: costruttore, fabbro-ferraio, cordaio e venditore di pesce».
    Il «Padrone», nell’ingaggiare i marinai della sua ciurma, deve rispettare alcune regole che la Municipalità impone nel 1745 con i «Capitoli del Porto», seguendo l’«inveterato stile» comunemente osservato. Sono regole che costituiscono una specie di contratto collettivo di lavoro. Nel periodo che va da dopo le «Feste di Natale» sino a Pasqua, il Conduttore non può licenziare gli uomini della barca «senza legittima causa da riconoscersi dal Signor Capitano» del Porto, sotto pena del pagamento dei danni da calcolarsi «secondo il guadagno della Barca». In caso di malattia, sia al «Patron conduttore» sia a qualsiasi «Uomo di Barca», è garantita «almeno per un Mese» la solita parte di guadagno.
    A proposito dell’«inveterato stile» comunemente osservato, riporto un episodio del luglio 1804: «due Barche Pescareccie di questo Porto» sono «fatte preda di un Corsaro Inglese», e di conseguenze trenta marinai restano senza lavoro. Con una petizione alla Municipalità, essi chiedono ai «Patronati di Barche» di anticipare di due o tre mesi il «costume di aumentare un uomo per Barcha prima che entri la nuova stagione», che iniziava a novembre. La Municipalità immediatamente sollecita i proprietari ad anticipare questo «solito aumento di un uomo per Barca».
    I pescatori sono più tutelati dei lavoratori dei campi, duramente colpiti dalla carestia che si sviluppa pure a Rimini tra 1765 e 1768: molti di loro fuggono a Roma, ospitati a spese dell’Erario in due «serragli», in mezzo ad un’epidemia di vaiolo. In questa «miserabile città», scrive il cronista Ubaldo Marchi nel 1767, i marinai sono «in molto gran numero» e lavorano su 40 barche pescarecce; tremila sono invece i poveri che campano «con cercare elemosina».
    Un altro cronista cittadino, Ernesto Capobelli, scrive che «il Pontefice non pensò a solevar in conto alcuno li suoi sudditi, dispensò soltanto tesori spirituali». La Congregazione del Buon Governo nel 1767 fa sapere ai riminesi che con «Erbaggi e Frutti» si poteva supplire «a qualche defi-cienza di Pane».
    Certamente la nostra marineria non era come il popolo romano durante la carestia, descrittoci da un abate francese, Gabriel François Coyer: «bien dévot, bien soumis», esso si riuniva soltanto «pour faire des processions et pour gagner des indulgences sous le doigt de Sa Sainteté».
    Alla carestia, il 22 luglio 1765 si aggiunge l’alluvione del Marecchia che porta all’«ultima rovina» il porto canale.
    Nel 1799 la marineria riminese dimostra tutta la rabbia accumulata in molti decenni di sofferenze. Prima mette in fuga i soldati francesi dopo l’arrivo degli austriaci. Poi, seguìta dai «villani» dei dintorni, organizza una sommossa lunga e violenta che subentra alle devastazioni, alle prepotenze, agli abusi dei napoleonici.
    I ripetuti e severi proclami degli austriaci, lasciano il tempo che trovano. Dal 30 maggio 1799 al 13 gennaio 1800, la Municipalità riminese vive una crisi istituzionale che non è una insorgenza a favore del Papato. Gli umori popolari sono ben riassunti da un sonetto anonimo in cui Roma è definita «infame», e si inneggia agli austriaci. I quali innalzano le insegne, care ai reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa Fede».
    I rivoltosi saccheggiano le botteghe degli Ebrei, assaltano il Palazzo Publico, dove rubano «tutto quello che vi era», dopo aver «rotto ogni cosa». Arrestano, incarcerano, mandano in esilio.
    Entrati nella Guardia Civica, i marinai fanno da pompieri e da incendiari. Il loro comandante Lorenzo Garampi ne approfitta per tentare di dominare sulla città, favorito dal fatto che agli austriaci sfugge il controllo di una situazione in continuo fermento. I marinai tentano di sistemare anche Lorenzo Garampi che per salvarsi, il 27 agosto in cattedrale durante una «sanguinosa zuffa», è costretto a rifugiarsi sul campanile.
    Per tutto il Settecento i «Poveri Pescatori» tentano di migliorare le loro condizioni. A Roma trovano più ascolto che a Rimini, dove negano la loro miseria in base a due argomenti: essi si costruiscono case, e le loro mogli vanno «come tutto dì si vedono, tanto pompose».
    Nel 1787 in via provvisoria, e nel 1791 definitivamente, al posto del dazio del 15 per cento «del Prezzo ricavato» dalla vendita del pesce, subentra una tassa annuale sulle barche, suddivise in sei categorie. L’accordo finale approvato dal Legato, è firmato il 20 giugno 1792 come Transazione, e amichevole composizione fra Comunità riminese e Procuratore dell’Arte della Pesca a nome dei suoi iscritti.
    La Municipalità per difendere il dazio del 15 per cento, ha sostenuto che esso normalmente dall’appaltatore era ridotto all’otto, e che se i pescatori guadagnavano poco, la colpa era soltanto dei rivenditori del pesce, i cosiddetti «porzionevoli», che formavano società fra loro per esportare al prezzo più vantaggioso il pesce a Bologna ed in Toscana. Questo fatto diminuiva il «frutto de’ sudori, e pericoli degli infelici Pescatori». E lasciava Rimini senza pesce, o lo faceva pagare ad un prezzo maggiorato di un terzo.
    Nel 1805, secondo un testo ufficiale, nel porto di Rimini sono attive 104 barche con 780 marinai: settanta sono da pesca con 480 marinai, e trentaquattro da traffico con 300 addetti. In un anno nel nostro porto «entrano più di 400 bastimenti carichi di varie mercanzie e generi, e ne partono altri quattrocento carichi di effetti del Paese e dell’Estero». Per questa sua situazione, si sottolinea, Rimini meriterebbe di ottenere il «Porto Franco».
    L’indotto è costituito da un cantiere senza loggiato, dove non è possibile lavorare nei mesi invernali; da fabbriche di cordami; e dalla manifattura della cotonina per le vele (con 300 donne impiegate annualmente).
    Esistono poi a Rimini buone fabbriche di concia di pelle, di vetri e cristalli a uso di Venezia, di ombrelle di tela cerata, di cappelli fini a uso di Germania, ed «un considerevole lavoro di seta greggia». Si fanno «paste di frumento a uso di Genova» ed il «Biscotto pei Marinai».
    Questo «Biscotto» è un tipo di «pane particolare per gusto, e per la forma», che i marinai «trasportano in Mare», ed è diverso da quello spacciato dall’Annona che «non può resistere ai dieci, o dodici giorni di navigazione».
    Il 5 dicembre 1799 all’Annona era stata imposta dalla Reggenza municipale la fabbricazione provvisoria di una «terza qualità» di pane ad uso esclusivo della Marineria, «fra il Bianco, ed il Bruno», che è migliore del «Bruno», richiede una maggior cottura, ed ha «il sale, che vi occorre uniformemente a quello che sogliono fare in casa» gli stessi marinai. Esso poteva essere spacciato soltanto alle «Porte di S. Giuliano, e di Marina in Città».
    Peggio se la passano gli altri cittadini. Due anni dopo, nel 1801 il medico Michele Rosa illustra il modo di rendere commestibile la ghianda, ed un panettiere lo mette subito in pratica ottenendo un’entusiastica approvazione da parte della Municipalità.
    Nel 1816, racconta Carlo Tonini, avvengono tumulti cittadini contro l’aumento del prezzo del frumento, con la partecipazione «di villani e di marinai, ai quali ultimi dalla stagione burrascosa e imperversante era impedito il rimettersi in mare». I «sedizioni del porto» hanno anche un cannone levato da una loro barca, con il quale entrano in città, e che puntano da sotto la statua di Paolo V «contro la scala del palazzo consolare». Una trattativa e la promessa di diminuire il prezzo del grano, fanno rientrare i marinai nel porto, assieme alla loro bocca da fuoco, mentre il vescovo li benedice da palazzo Garampi.
    Nel 1817, l’11 aprile, per «improvvisa, e gagliardissima burrasca», affondano quattro «baragozzi da pesca», e perdono la vita 25 «individui di mare»: ventritré famiglie restano «nella massima desolazione e miseria».
    Se nella seconda metà del 1700 il numero delle barche pescarecce aumenta del 128 per cento, a cavallo dei due secoli c’è un calo del 15 per cento. Segue fino al 1836 una risalita del 36 per cento, a cui subentra un calo di quasi il 50 per cento sino al 1869, quando la flotta pescareccia torna con 51 barche al livello di un secolo prima (1773). Il declino continua se nel 1902 le barche sono soltanto 46.
    Nel giro di un secolo, dal 1805 al 1902, la forza lavoro passa da 480 marinai a 280, cioè ad oltre un 41 per cento in meno.
    A metà della crisi, nel 1864, Luigi Tonini censisce 5.284 riminesi «portolotti», cioè pescatori, naviganti, calafati, commercianti, industrianti ed i componenti i loro nuclei famigliari. Sono poco meno di un terzo della popolazione urbana complessiva (rioni di città e borghi), «che nel 1862 ascendeva a 16.874 anime». I pescatori risultano 419, i naviganti 458. I pescatori e le loro famiglie sono soltanto mille persone, un terzo di quanto erano sul finire del secolo precedente. I naviganti e famiglie arrivano a 1.823 unità.
    I «portolotti» abitano prevalentemente, ma non soltanto, nei Borghi Marina e San Giuliano, ed anche in zone lontane dal mare.
    Le imprese che abbiamo incontrato nel documento del 1805, hanno dimensioni molto ridotte: da altra fonte del 1812, ricaviamo che appaiono consistenti soltanto il filatoio di seta con 66 dipendenti e due fabbriche di vetri e cristalli con 49. Nel 1824 «la fabbricazione delle vele di canapa e cotone risulta quasi totalmente abbandonata»: vi provvedono con lavoro a domicilio circa 70 donne per quelle di canapa; e 30 per quelle di cotone, contro le 300 impiegate nel 1805.
    Nel 1840 la più grossa fabbrica di Rimini è quella dei fiammiferi di sicurezza Ghetti (1837 c.), con 300 donne e 50 uomini.
    Nel 1818 la tassa d’ancoraggio per le barche è raddoppiata rispetto al 1796. Il 1829 è una «calamitosa annata» per la pesca. Il papa concede un «caritatevole sussidio di scudi 1.000» che però non si sa come distribuire, mentre si confida che «cessato il vento i pescatori andranno in Mare» a guadagnarsi da vivere perché quel sussidio risulta inadeguato alla necessità.
    Dal 1836 il «Legato» del conte Giacinto Martinelli bonae memoriae benefica annualmente con 200 scudi i «Marinai di questo Porto, quivi nati, e domiciliati, vecchi oltre l’età di cinquanta anni, miserabili, ed invalidi».
    A questo lascito nel 1877 si aggiunge quello (più sostanzioso, mille scudi) di Giambattista Soardi. Dal 1883 entrambi i «legati» sono trasformati in opere pie che l’anno successivo sono riconosciute come enti morali dal re d’Italia Umberto.
    La situazione idraulica del nostro canale rende «poco servibile il porto», reca «danno al commercio» e mette «in crisi l’attività delle costruzioni marittime». A questa situazione negativa si cerca di porre rimedio tra 1842 e ’63 con un duplice prolungamento dei moli secondo la ricetta settecentesca dal medico Giovanni Bianchi, per complessivi 328 metri a Levante e 373 a Ponente.
    Nel frattempo (1843), nasce l’industria turistica balneare su cui s’indirizzano gli interessi e le cure della classe dirigente locale, a danno delle attività portuali, per le quali mancano gli investimenti necessari. Ed il rinnovato e restaurato Porto Corsini di Ravenna dal 1870 toglie a quello di Rimini il primato che aveva nel tratto di costa fra Venezia ed Ancona.
    Nel 1859 inoltre il porto di Rimini è stato declassato a semplice Commissariato di prima classe da Capoluogo di circondario marittimo che era dal 1803. Il nuovo Capoluogo è Ravenna. Nel 1843 il nostro porto era stato dichiarato «scalo di merci per la Toscana». Quando passa da Rimini alla fine del 1860 il re Vittorio Emanuele, una commissione gli consegna un foglio «per il Porto».
    Più che la crisi del porto e della marineria, è stato scritto, è l’intera crisi politica della città, provocata dai suoi «maggiorenti conservatori», che ne ipotecano «le forme ed i tempi dello sviluppo».
    E contro quest’ordine delle cose insorgono i popolani nel settembre 1845 con Pietro Renzi, lasciando una testimonianza di rivolta contro l’arretratezza e la stagnazione degli Stati Pontifici. Parte degli insorti fuggono via mare, aiutati proprio dai pescatori riminesi.
    Nel successivo novembre i nostri marinai tentano una sommossa contro l’aumento del prezzo del grano. Il Cardinal Legato Giorgi con un editto assicura la popolazione che il governo vegliava anche sopra i poveri, e che non temessero.
    Altre due proteste delle donne di marina avvengono nel luglio 1848, la seconda con l’incendio totale di una barca che doveva esportare grano a Venezia.
    Nel 1855 arriva il «Cholera Morbus» con i suoi danni anche sull’attività marittima, e con 717 decessi dei 1.264 affetti su di una popolazione cittadina di 17.627 abitanti. La sua prima comparsa è proprio nel Borgo di San Giuliano con la morte di un pescatore il 18 marzo, dopo tre giorni di malattia. Quel Borgo San Giuliano che un suo figlio illustre, lo scrittore Luigi Pasquini, battezzerà come «il sobborgo più torbido della città», e «covo di “anarchici storici”».


    Esperimento-Giulietti:
    convegno senza 'tromboni'
     

    Al convegno storico su Giuseppe Giulietti (a cui hanno partecipato la figlia Gaetana di 91 anni ed il nipote Beppe, deputato e giornalista), è stata presentata una sua nuova biografia composta per Luisè editore da Giuliano Ghirardelli. Il quale in apertura pone un problema importante: come leggere la Storia italiana del 1900, soprattutto per il passaggio dalla dittatura alla democrazia?
    «Quella del nostro Paese» scrive Ghirardelli, è basata sua una versione «imposta» che «non assolve, non comprende, non perdona». Di qui egli parte per un giudizio molto severo: è una Storia che non conosce la pietà perché non ha voluto far perdere «vantaggi politici impareggiabili» a chi la praticava.
    A quello che osserva Ghirardelli possiamo aggiungere un altro pensiero: la vulgata ufficiale delle vicende (anche) della nostra città è sempre passata attraverso il filtro e le forche caudine dell'Istituto Storico della Resistenza. Il convegno su Giulietti testimonia che qualcosa però sta cambiando: si è parlato di Grande Storia e di un grande personaggio con spirito di confronto, auspicando il dibattito a più voci come ha fatto Beppe Giulietti con parole appassionate e vere sul bisogno di libertà intellettuale, senza dipendere da alcuna licenza concessa da chi si ritiene ufficiale depositario di ogni autorità al proposito.
    E' la prima volta che questo accade a Rimini, senza vecchi 'tromboni' o nuovi censori saliti alla tribuna per dettare le regole del dibattito.
    Adesso occorre trovare una sede (un luogo fisico od un giornale) in cui continuare a discutere liberamente (e poveramente, cioè senza i finanziamenti ufficiali) per uscire dalle Storie addomesticate sia di Destra sia di Sinistra, e non soltanto sopra i giorni del secondo Dopoguerra.

    Antonio Montanari


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  • TRE per dieci. Rimini e l'economia.
    Un volume edito da "il Ponte".

    In «Rimini, dieci anni di economia. Tra passato e futuro», Primo Silvestri offre un'antologia accurata del lavoro suo come direttore, e della redazione che lo affianca nel mensile «TRE» («TuttoRiminiEconomia»), per le edizioni de «il Ponte», settimanale riminese che lo offre in allegato ai lettori ed a 1.500 aziende del territorio.
    Sono tanti gli argomenti esposti in queste 120 pagine, con l'occhio attento ai dati di fatto, per cui il lettore paziente può ricostruire una specie di carta geo-economica, osservando le realtà in movimento, quelle in crisi, e quelle che si annunciano come novità nel mercato del lavoro.
    Per quanto m'interessa, ho letto con piacere alcune righe molto schiette sull'industria culturale di Rimini, caratterizzata dal fatto che la nostra città non ha saputo valutare correttamente le proprie potenzialità, «quindi ricavandone meno di quello che sarebbe possibile» (p. 66).

    Appartengo ad una generazione che ha visto Rimini nei primi anni '50 attivarsi per un impegno culturale legato al turismo, sia per “allungare” (come si diceva allora) la “stagione” dei bagni, sia per valorizzare un patrimonio artistico a cui non è esagerato attribuire un significato europeo. Come quel Tempio malatestiano la cui riconsacrazione, dopo i lavori post-bellici, fu accompagnata da una famosa «Sagra Musicale» organizzata da Carlo Alberto Cappelli.
    Quella Sagra delle origini è oggi finita nel dimenticatoio, con addirittura un cambio di “padrinato” (se così si può dire), attribuito a chi allora non ebbe nessun ruolo al di fuori del botteghino dei biglietti d'ingresso, affidato al cav. Primo Gambi ed al suo personale.
    La storia economica di Rimini è fatta anche di queste amare annotazioni che vanno ricordate, per comprendere quanto ci ha portato alla realtà di oggi, che nel cap. quinto («Cultura è competitività») del volume di Silvestri si sottolinea giustamente.

    Al proposito segnalo l'altrettanto attenta analisi apparsa, in forma di intervista al prof. Attilio Gardini, nel n. 5 di «Socialmente Carim» (aprile 2015), soprattutto per il passo dove si legge che la crisi del turismo riminese «è attribuibile a carenze specifiche locali, perché la domanda è tuttora crescente a tassi sostenuti».
    Le nostre potenzialità non sono valorizzate per fattori e limiti strutturali, e per errori nella comunicazione. Così, l'offerta riminese, in vari settori tra cui appunto la cultura, è entrata in crisi con «danni rilevanti», sia nel contesto aziendale sia in quello sociale («disoccupazione, denatalità, migrazioni, ecc.»).

    Il lavoro di Silvestri e dei suoi giornalisti è introdotto da Stefano Zamagni (mio compagno di banco nell'indimenticabile prima media con il prof. di Lettere Romolo Comandini).
    Zamagni offre un duplice itinerario da percorrere, per migliorare lo stato delle cose.
    Il primo riguarda l'amministrazione «condivisa» tra l'ente locale e le espressioni della società civile, per disegnare assieme il sentiero di sviluppo.
    La seconda strada, che deve correre parallela all'altra (ma che si dovrebbe iniziare a costruire per prima, secondo il mio modesto parere), è il «movimento di amicizia civica fondata sul rispetto, la collaborazione e la condivisione».
    È un bene, mi permetto di concludere, che finalmente anche gli economisti, talora molto dogmatici nelle loro enunciazioni teoriche, s'accorgano come lo spirito del dialogo, invocato dai filosofi e non soltanto da oggi (non per nulla la formula di «amicizia civica» risale ad Aristotele), sia fondamentale per una società in cui tanti grandi fatti economici sono stati favoriti da interventi finanziari “dall'alto”, e non soltanto a Torino (Fiat) ma pure a Rimini, circa mezzo secolo fa.
    Si avviarono mitologie personalistiche che hanno favorito uno strapotere “burocratico” nella vita pubblica ed in quella finanziaria, in virtù di “racconti” mai tramontati, creando illustri genealogie da antico regime e non da matura democrazia.

    Quindi, cerchiamo tutti di realizzare questa «amicizia civica» di cui parla l'amico Stefano Zamagni, se quelli che detengono i vari poteri ce lo permetteranno. Del che, dubito fortemente, non per innato pessimismo, ma per documentazione storica da tutti reperibile.

    Nota bibliografica.
    «L'amicizia civica in Aristotele» è un saggio del prof. Letterio Mauro del 2013, in «Nuova Umanità», XXXV (2013/4-5) 208-209, pp. 457-468.
    Il 7 maggio 2015 a Perugia si è tenuta una tavola rotonda sul tema «Società civile, fraternità e dialogo interreligioso: prospettive di un nuovo umanesimo», richiamando la riflessione politica di Jacques Maritain.
    Già nel 2010 Andrea Luzi a Vicenza ne aveva trattato ad un convegno intitolato «Caritas in veritate: manifesto per un nuovo umanesimo».

     

    Su questo articolo, vedi il seguito in questo stesso blog.


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