• Cronache da Rimini

  • Testo apparso sul blog dei lettori della “Stampa” di Torino il 3 febbraio 2008.

    Avevo pochi mesi quando all'inizio del 1943 il fratello di mia madre, Guido Nozzoli, fu arrestato a Bologna con due imputazioni: attività sovversiva mediante distribuzione di volantini intitolati «Non credere, non obbedire, non combattere», e possesso di libri proibiti dal regime tra cui il "Tallone di ferro" di London o "La madre di Gor'kij", peraltro venduti anche sulle bancarelle.
    Mia madre ricordava la perquisizione fatta dalla polizia in casa nostra, a Rimini, nel palazzo Lettimi di via Tempio Malatestiano.
    Guido Nozzoli racconterà poi: «Ero stato "venduto" da un conoscente laureato in legge che si dichiarava fervente antifascista ed era, invece, uno dei tanti informatori dell'O.V.R.A., l'insidiosissima polizia segreta "inventata" dal prefetto Bocchini. Io non ho mai denunciato il provocatore che poté concludere tranquillamente la sua carriera. Dopo la liberazione, tra i documenti recuperati all'Ufficio Politico della Questura dai partigiani forlivesi, c'era anche la ricevuta del compenso intascato dal nostro delatore; la duplice spiata gli aveva fruttato 300 lire. A peso, eravamo stati valutati a un prezzo di molto inferiore a quello della carne da brodo».
    Nozzoli scrisse la storia di Arrigo Boldrini (recentemente scomparso) nel libro "Quelli di Bulow" ripubblicato dagli Editori Riuniti nel 2005.
    Quel libro non è mai stato presentato dal 2005 nella città in cui Nozzoli nacque e morì, Rimini. Nemmeno da chi per compiti statutari avrebbe dovuto farlo in nome della Resistenza. (Risparmio al lettore tutti i particolari documentari.)
    Forse l'argomento non interessa più nemmeno a chi ne dovrebbe parlare? (Nella foto, i Tre Martiri di Rimini impiccati dai nazi-fascisti il 16 agosto 1944. Nessuno di loro, sotto tortura, fece i nomi dei compagni, tra cui c'era anche Nozzoli.)
    Credo personalmente alle parole di Reichlin sulla dimenticanza circa il ricordo della Resistenza nel manifesto fondativo del Pd. Ma certe cose che si sentono da esponenti importanti del Pd, democratici per modo di dire che hanno preso il treno in corsa o si sono trovati il posto prenotato da qualche "agenzia", non mi fanno bene sperare né sul presente né sul futuro del Pd, anche se il manifesto citerà la Resistenza. Certi vuoti di memoria sono (erano) voluti, non occasionali. Nella speranza illusoria di rimediare voti, forse.
    Voglio ricordare un altro motivo per cui la memoria di Guido Nozzoli andrebbe onorata politicamente nella sua città.
    Settembre 1944. Gli Alleati avanzano verso Rimini.
    Da San Marino, alcuni partigiani riminesi scendono verso la loro città nel pomeriggio del 19 settembre, mentre si combatte la battaglia per la presa di Borgo Maggiore. Li comanda il sottotenente Guido Nozzoli: «Il nostro era il primo nucleo partigiano che l'Ottava armata incontrava sulla Linea gotica. Avvicinai un ufficiale per informarlo sul disfacimento delle difese tedesche a San Marino e sulla drammatica situazione dei civili rintanati nelle gallerie, ed ebbi la sensazione che non mi ascoltasse neppure. Mi ero ingannato».
    Ad un ufficiale dell'Intelligence Service, «avvolto in una nube di profumo», Nozzoli ripete più minuziosamente il racconto. L'indomani mattina un sottotenente confida a Nozzoli «che il Comando aveva accertato l'esattezza» delle informazioni fornite sullo schieramento tedesco e sulla ubicazione dei campi minati, «rinunciando al bombardamento di spianamento di San Marino programmato prima» dell'arrivo di quel gruppetto di partigiani. Il Titano era salvo con i suoi centomila e passa rifugiati.
    Un suo 'avversario' politico, il socialista romagnolo Stefano Servadei, ha detto che Guido Nozzoli è stato «una grande “coscienza civile”. Per lui la “verità” veniva prima della “rivoluzione”».
    Personalmente non ho mai condiviso le idee politiche di mio zio, ma vado orgoglioso del salvataggio di quei centomila e passa sfollati a San Marino, tra i quali c'ero pure io con i miei genitori, compiuto da lui, e del suo adoperarsi (dopo il passaggio del fronte) perché si evitassero a Rimini quelle vendette che invece si verificarono nel "triangolo rosso", come mi è stato testimoniato da persone informate dei fatti.
    [Anno III, post n. 36 (413)]

    Vuoti di memoria, Rimini 1943.

    Segnalazione del giorno successivo.


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  • 24.07.2014.  Turismo ieri ed oggi.
    Rimini, una vocazione da rispettare.
    Turismo, una vocazione da rispettare L'intervento di Giorgio Montanari sulle «varie tipologie vacanziere» («Corriere di Romagna» del 21.07) mette a fuoco aspetti fondamentali del nostro turismo, che riguardano ciò che un tempo si chiamava la vocazione delle località balneari. Purtroppo, negli ultimi decenni, si è passati dallo sviluppo di quella vocazione, storicamente consolidata, all'invenzione di modelli miseramente falliti.
    A Rimini si è tentato di sostituire la città del mare con quella della notte. Successivamente hanno meditato sul «modello Dubai», con grattacieli in riva al mare, per un futuro radioso di cemento che minacciava di cancellare la fisionomia delle nostre coste e della nostra cultura. La crisi economica, mondiale prima e nazionale poi, ha messo in ginocchio, anche a causa di altri fattori come quelli elegantemente detti malavitosi, un sistema economico che era frutto del sacrificio di tante persone che l'avevano creato, garantendo un'occupazione stagionale invidiata dal resto d'Italia.
    Per Rimini tutto ciò è gelosamente simboleggiato dalle ruspe del TRC che, nella «zona Lagomaggio», hanno demolito pezzi di case costruite negli anni del boom con tanti sacrifici, quando la camera da letto era data in affitto, e tutta la famiglia si trasferiva in un timido e ristretto garage.
    Oggi così va il mondo. Dimenticare il passato permette di ipotizzare che Rimini-città non debba essere sviluppata come luogo turistico. Essa non è soltanto un'appendice fondamentale della marina. Perché la città protegge e garantisce la marina.
    Nessuno vuol voltare le spalle al mare: si tranquillizzi il sindaco di Rimini, intervenuto il 18 luglio scorso («Corriere di Romagna»). Promettere nuove fogne non è un'impresa eroica, né un dono per interventi soprannaturali. Si tratta di ordinaria amministrazione.
    Molto efficace lo slogan propostoci dal sindaco: «Da città sul mare a città di mare». Ma in sostanza il discorso non cambia. Il mare non vive senza una città dietro di sé, che diventa un valore aggiunto per un turismo consapevole che esso, come tutta la vita comunitaria, non è un «credere, obbedire, combattere» di tragica memoria.
    Ma, come per la cultura, è confronto e dialogo, dove nessuno può pretendere di avere sempre ragione. E ciò vale per chi rappresenta la «Cosa pubblica» e per chi agisce in nome del «Privato», che mai è stato un'opera caritatevole vocata alla perdita dei soldi investiti. Come ci si vuol fare credere ora, per certe situazioni in crisi o disperate, nonostante proclami di futuri bilanci positivi.
    La «zona Lagomaggio» violentata dal TRC è proprio il simbolo all'incontrario di quella «città di mare» a cui pensa il sindaco di Rimini nell'articolo del 18 luglio. Ma come si fa a conciliare il suo programma con i fatti che l'Amministrazione comunale di Rimini approva e condivide, anche se smentiscono quel programma? Il TRC non è un'opinione, è una dura realtà.
    I ruderi di Palazzo Lettimi in pieno centro, invece di essere utilizzati come ambiente «parigino» (definizione ufficiale del Comune) per recite o concerti, dovrebbero diventare un luogo della memoria, un archivio ben sistemato e protetto di immagini della città e del suo mare, a 70 anni dalla Liberazione di Rimini e dalla fine di quel dramma che fu la guerra che rase al suolo tutta la città.

    Antonio Montanari
    (c) RIPRODUZIONE RISERVATA

    [Questo testo è stato pubblicato nella pagina delle lettere del «Corriere Romagna» del 28 luglio 2014.]


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