• Il mio lavoro "Diamante Garampi, il suo matrimonio, ed altre vicende riguardanti la condizione femminile nel secolo XVIII", viene citato in un volume di Cristina Passetti e Lucio Tufano, "Femminile e maschile nel Settecento", pubblicato a Firenze presso University Press, alla pag. 275.
    Sulla copertina del volume, riproduco la nota di pag. 275 che mi riguarda.

    L'autrice Cristina Pasetti, dal sito di "Academia.edu".


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  • 1998, il muro contro Montanari
    Per aver tentato di ristabilire il vero su don Montali


    La difesa della verità storica, in un articolo del 1998, che poi mi ha creato dei muri per farmi tacere e non farmi più scrivere.

    Don Montali, la Chiesa e il fascismo
    "il Ponte", 1998/04

    In numerosi articoli sul «Diario Cattolico» il sacerdote di San Lorenzino espresse aperta condanna della politica nazionalistica seguita da Germania ed Italia. La beffa letteraria di chiamare Mussolini «grande chirurgo»


    Non vorrei che questo scritto potesse trasferire a me, in base alla proprietà transitiva, il giusto giudizio che il direttore Giovanni Tonelli ha espresso sul testo che ho prodotto relativamente ai secondi dieci anni del «Ponte»: «libro non simpatico», perché riporta alcune verità scomode tolte direttamente dai fatti e dalle cronache del nostro foglio.
    È difficile ed antipatico (appunto) intervenire su cose che sono apparse in questo stesso giornale, oltre tutto se esse costituiscono un argomento serio, che appunto per questa sua qualità richiede una lettura non superficiale ed una valutazione complessa che potrebbe apparire quasi il gesto orgoglioso di chi «sale in cattedra». Questa mia nota potrà apparire condizionata da un giudizio soggettivamente negativo sul modo in cui l'argomento in questione (che preciserò subito), è stato affrontato. Dovrò pertanto dimostrare che tale mio giudizio non nasce da una posizione arbitraria (di 'gusto' personale), ma da un esame obbiettivo dei fatti e del loro contesto.
    Ho letto sul «Ponte» n. 1/1998 l'inserto dedicato alla storia del «Diario Cattolico» in cui Manlio Masini parla anche di don Giovanni Montali. Chi ha scritto la biografia di un qualche personaggio, finisce per essere una specie di suo avvocato d'ufficio per difenderne il rispetto della memoria. Mi è già occorso di intervenire su queste colonne allorché qui si 'rubarono' a Romolo Comandini certe sue scoperte storiografiche, ed in precedenza quando si polemizzò sull'interpretazione del ruolo svolto dallo stesso don Montali nella vicenda umana e religiosa di Romolo Murri.
    Dunque, in quell'inserto scritto da Manlio Masini, don Montali viene citato due volte. Riporto da pag. 46 la prima volta: il prete di San Lorenzino «per moderare l'irruenza “danzareccia” che imperversa nelle parrocchie, non bada a spese: non solo sollecita l'aiuto delle alte sfere del fascismo, ma invoca addirittura anche quello del “grande capo”». Segue un passo di don Montali in cui Mussolini viene chiamato «chirurgo provvidenziale». Trovo infine un'osservazione di Masini a proposito del «Diario Cattolico», secondo la quale tale giornale disserterebbe «in piena assonanza con il regime».
    Mi permetto di far osservare:
    1. Don Montali scrisse ripetutamente sul «Diario Cattolico». Con tutte le precauzioni necessarie sotto una dittatura (tale era il fascismo, non un fatto folcloristico, come piacerebbe ai molti 'revisionisti' che oggi vanno di moda, i quali non si sono ancora accorti della 'svolta' di Fini), don Montali il 24 marzo '33 accenna al problema della valutazione del nazionalismo. La Chiesa domanda che esso sia «cristiano, cioè rispettoso dei diritti degli altri». È un brano che al lettore attento spiega molte cose. Appare già qui un giudizio negativo sulla guerra («che condurrebbe su tutto l'universo un cataclisma spaventoso»), il quale diventa una condanna della politica del fascismo che aveva come sbocco inevitabile proprio la guerra.
    2. In altro articolo sul corporativismo (del 18.5.'35), don Montali rivendica l'importanza della dottrina sociale della Chiesa e di Leone XIII («Rerum Novarum»). Su questo aspetto ritorno in seguito.
    3. Il 13 febbraio '35 don Montali esprime la condanna del nazismo, fondato da quell'Adolf Hitler che si considerava discepolo di Benito Mussolini.
    4. Ci sono altri scritti di don Montali, sempre del '35, di profonda critica del nazismo, con pure una citazione dalla «Lettera pastorale» dei Vescovi tedeschi la quale dichiarava che, quando le leggi «sono contrarie al diritto naturale e ai comandamenti di Dio, si deve obbedire a Dio prima che agli uomini». Parole che significano qualcosa in un tempo in cui il motto era «credere, obbedire e combattere». Il «credere» dei cristiani doveva essere qualcosa di diverso, mi pare di poter sostenere, rispetto al «credere» della cultura fascista. Così il «combattere» la buona battaglia, anche se molti ingenuamente credetto che essa fosse quella della guerra: ma questo è una ramo delle presenti argomentazioni, che richiederebbe un'ampia trattazione impossibile per ragioni di spazio.
    Questi articoli di don Montali sono esaminati più a fondo nella mia biografia del prete di San Lorenzino, edita dal Ponte nel 1993, ai capitoli XIII e XV (pagg. 135-142 e 147-149). Alle pagg. 139-140 ricordo che «parlare di fatti che avvenivano al di là delle nostre frontiere, era pure un modo di aggirare gli ostacoli della censura nazionale e di trattare di problemi anche italiani, senza dar troppo nell'occhio (almeno in apparenza)».
    Chiedo scusa se da quel libro debbo ancora citare qualche altro passo: a proposito della questione del corporativismo, ho spiegato che negli scritti di don Montali «non dobbiamo cercare un'impossibile adesione alla dottrina fascista, ma piuttosto un modo per riproporre (con i limiti esistenti nel quadro politico e sociale del tempo), i temi della giustizia sociale in chiave cristiana, così come erano stati affrontati anche all'inizio del secolo» (p. 140). Don Montali ripropone il pensiero di Leone XIII, considerato “socialista” dai benpensanti. Sul tema si vedano gli articoli (inconfutabili) dello stesso sacerdote sulla Gioventù Operaia Cristiana apparsi nel «Diario Cattolico».
    5. Il 16 aprile 1937 don Montali ritorna sul tema del nazismo, e commenta l'encliclica di Pio XI «Con affannosa cura» che riguarda la persecuzione religiosa in Germania: nello stesso numero, in altra nota, Don Montali riferisce criticamente anche del libro «La guerra integrale» di Erich Ludendorff. Sull'encliclica di Pio XI, il «Diario Cattolico» torna il 2 ottobre '37 nell'articolo intitolato «Non prevarranno».
    La (prima) citazione dell'inserto di Masini dalla quale sono partito, è presente anch'essa nella citata biografia di don Montali. La storiella del «chirurgo provvidenziale» merita una postilla che faccio riprendendo direttamente dal mio volume (pag. 144): «Quando, negli articoli del 'Diario Cattolico', don Montali attacca il ballo e ricorre a citazioni della nuova mistica fascista, non inneggia al regime, ma anzi ne fa una satira pungente, usando contro di esso quella retorica che ne costituiva l'ossatura. Conoscendo bene l'antifascismo di don Montali non deve trarre in inganno il tono a cui egli fa ricorso quando scrive che il nuovo Stato si è assunto il compito di fare “cittadini forti, integri, maschiamente responsabili di una missione di valore, di difesa nazionale, di bontà”».
    Da provetto scrittore qual era, don Montali, ricorre qui a due strumenti stilistici, l'ironia e la parodia. E l'analisi letteraria, se la si compie con il minimo delle cognizioni necessarie, ci conduce a chiari risultati. Il senso di questa prima citazione non lo si percepisce se non si considerano in precedenza i cinque punti elencati.
    Veniamo alla seconda citazione dall'inserto: si riferisce ad un articolo di don Montali del 5 novembre '38, «Contro la guerra». Al proposito Masini scrive che il nostro sacerdote è tra i pochi che «escono dal coro», come se tutti gli altri sacerdoti riminesi fossero favorevoli al massacro imminente. Lo stesso titolo dell'articolo («Contro la guerra») è la sintesi del pensiero ufficiale della Chiesa di Roma. Lasciamo perdere i vaneggiamenti di don Garattoni sulla «luce di Roma» che non era quella della Cattedra di Pietro: più di lui conta il Magistero papale che viene chiaramente interpretato da don Montali nei suoi pezzi e seguito da quel giornale il quale (sostiene Masini) disserta «in piena assonanza con il regime».
    Inoltre non va dimenticato che tale articolo del 5 novembre '38 appartiene alla serie della «Lex amandi», ispirata al sacerdote di San Lorenzino da Romolo Murri (vedi alle pp. 147-149 della biografia).
    Credo, infine, che non sia un particolare di secondaria importanza la considerazione del fatto che, durante i colpi di coda del fascismo (all'epoca della terribile «repubblichina» di Salò, la quale resta tale nonostante lo spirito di pacificazione di Violante), si cercò don Montali in canonica per farlo fuori. Ed in sua vece furono poi uccisi i suoi due fratelli, che nessuna lapide a Riccione ricorda.
    Chiedo scusa per la lunga lettera, che unicamente un problema di coscienza mi ha spinto a scrivere. Non ho voluto impartire nessuna lezione di metodologia storiografica e di scrittura storica, ma semplicemente segnalare che la semplice lettura antologica di brani non permette un pronto e veloce ritratto di un personaggio, per la qual cosa si richiede un'analisi rispettosa del personaggio stesso e della verità dei fatti.
    Antonio Montanari

    Don Giovanni Montali in Riministoria:
    Don Montali, la Chiesa e il fascismo
    San Lorenzo in Strada, angolo d'Europa: don Giovanni Montali scrittore
    La Cassa Rurale di Riccione (1914) ed il suo fondatore don Giovanni Montali


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  • il Rimino Sottovoce 2018
    Gli Eredi Gambalunga
    con terreni e case alle Celle

    Alessandro Gambalunga il 12 agosto 1619, data della sua scomparsa, lascia in eredità alla Città di Rimini la propria biblioteca: è la prima biblioteca "civica" d'Italia, e si trova nel Palazzo da lui eretto tra 1609 e 1614.
    Giureconsulto, Gambalunga era nipote di un muratore di Carpi giunto qui nel sec. XVI, poi arricchitosi con la mercatura ed il traffico di ferro.
    Rimini aveva allora un'altra biblioteca, aperta a tutti (ovvero "pubblica", la prima in Italia): quella di San Francesco, a fianco del Tempio di Sigismondo, nata per volere di Galeotto Roberto Malatesti (1430).



    Gli eredi Gambalunga sono proprietari di due case coloniche e di annessi terreni nella parrocchia di Santa Maria delle Celle, lungo il fiume Marecchia e verso il mare, come si legge in atti dell'Archivio di Stato di Rimini sui danni provocati dal terremoto del 1786.
    Alle Celle allora ci sono 41 case (di cui tre oratorii) con 273 anime. E 14 delle 459 case ecclesiastiche cittadine. Le anime delle Celle sono lo 0,67% della città, le case lo 0,57%.
    I tre oratorii sono le chiese delle Celle, di Viserba e della Madonna della Scala.
    Le 41 case sono l'1,87% della città, le 273 anime il 2,24% della popolazione riminese.
    Tra le 41 case, 14 sono di ecclesiastici (10 Luoghi Pii, 4 della Rev. Camera Apostolica), 4 dei Poveri (Filippo Ugolini più tre di nobili, Giovanni Maria Pastoni [2 case] e Maddalena Pastoni); e 22 sono di "non poveri". Una casa è detta "ruinata".
    I beni degli eredi Gambalunga sono attestati dal testamento di Alessandro (11.8.1619). Altri nobili con possessioni alle Celle sono gli Agolanti, i Cima e i Martinelli.
    Rimini, dicono i documenti del 1786, è divisa in 23 parrocchie tra Città, Bargellato e Contado. Le persone della Città sono 12.146 (29,95%) in 2.191 case. Nei borghi le case sono 1.594 con 11.607 persone (28,61%). Nel contado ci sono 3.320 case con 16.811 persone (41,44%). I totali indicano 7.105 case e 40.564 persone.



    Quattro anni prima della morte di Gambalunga, nel 1615 sono cacciati da Rimini gli Ebrei. Un'insurrezione popolare distrugge il loro ghetto. Nel 1614 c'è stata una gravissima inondazione della Marecchia unitasi ad altri fiumi. Nel 1672 il giovedì santo un terremoto devasta la città.
    Alle Celle arrivava dal Ponte di Tiberio la Fiera di San Giuliano nata nel 1351. È la zona detta del Borgo Nuovo di San Giuliano, eretto dopo la distruzione del 1469 con le bombe di Papa Paolo II.
    Antonio Montanari



    Antonio Montanari - 47921 Rimini. - Via Emilia 23 (Celle). Tel. 0541.740173
    RIMINISTORIA è un sito amatoriale, non un prodotto editoriale. Tutto il materiale in esso contenuto, compreso "il Rimino", è da intendersi quale "copia pro manuscripto". Quindi esso non rientra nella legge 7.3.2001, n. 62, "Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416", pubblicata nellaGazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2001.
    2785, 25.05.2018


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  • È quella delle donne che diventano staffette partigiane nelle Brigate garibaldine.
    A loro il "Messaggero di Sant'Antonio" (aprile 2018) dedica un importante "dossier Storia" con testimonianze ed immagini del tempo a cura di Nicoletta Masetto.
    Marisa Ombra, 93 anni il 30 aprile, parla anche delle ragazze di oggi che "si trovano davanti a difficoltà diverse, ma egualmente immense. L'augurio è che anche loro trovino la forza di affrontare con lo stesso nostro coraggio le sfide che la vita pone davanti".

    A Rimini il 20 aprile è stato presentato il film "Libere" di Rossella Schillaci, sulle donne durante la Resistenza e nel primo dopoguerra: "Venivano da vent'anni di dittatura e si resero conto di tutte le discriminazioni che subivano", ha dichiarato la regista a Vera Bessone ("Corriere Romagna", 21 aprile). "Volevano cambiare la società. Tutto questo non è ancora emerso a sufficienza", aggiunge Rossella Schillaci: accanto alle madri di famiglia c'è anche "una serie di ragazzine, molto giovani".

    La sfida delle donne nel 1943Come Elda Carboni (foto): "Nome di battaglia Sonia" dice il titolo del volume che sua figlia Laura Carboni Prelati le ha dedicato ed ha presentato alla Biblioteca di San Mauro Pascoli il 19 aprile.
    Marcello Tosi sul "Corriere Romagna" ha intervistato l'autrice che ricorda come sua madre sia entrata nelle squadre di azione partigiana di Faenza appena 17enne con il ruolo di staffetta, per divenire poi combattente della VIII Brigata Garibaldi assieme al fratello Alberto.

    Con Angela de Rubeis ("il Ponte", 22 Aprile), Laura Carboni ha ricostruito la nascita del libro: "L'aver raccolto dalla sua viva voce, scavando nel passato, i fatti e le situazioni contingenti che riguardavano la sua gioventù, ha risvegliato nel suo animo sentimenti che per molto tempo erano rimasti in ombra, appannati dalla quotidianità così impellente quanto necessaria"


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  • Riministoria - il Rimino



    Ho frequentato l'Istituto Magistrale alla fine degli anni Cinquanta. Allora la lotta per la supremazia studentesca era affidata in città ai duelli pedagogici di Ragioneria e Classico, l'un contro l'altro armati nella pretesa di sfornare «la meglio gioventù».
    I loro presidi (Remigio Pian ed Arduino Olivieri) rappresentavano con onestà un mondo sgretolato dalla guerra: lo vivevano ancora dentro l'animo, ma non esisteva più. Si legga il regolamento dettato da Olivieri in quegli anni: sembra uscito dalla penna di qualche istitutore della Restaurazione o della Controriforma.

    Alcuni dei miei docenti sono stati anche insegnanti nel «Giulio Cesare», come il preside Ermenegildo Prosperi ed i professori Campagna e Micheli.
    Prosperi, al ritorno dalla vacanze estive, pretendeva che sapessimo il latino dell'anno prima. Ci affascinava però con le sue lezioni di storia del '900, quando sostituiva qualche insegnante assente.
    Campagna in terza magistrale ci aprì nuovi orizzonti. La letteratura mi piaceva, lui citava continuamente Francesco De Sanctis, io ne lessi di corsa la storia della letteratura nei due volumetti editi da Feltrinelli. Non amava molto la Storia. Nel libro di testo usato allora, ho ancora i «no» relativi ad importanti argomenti che ci fece 'saltare'. Era gustosamente polemico.
    Come tema ci propose una volta di sceneggiare un episodio dantesco. Mi cimentai con quello di Paolo e Francesca. Al momento del «disiato riso» e prima del bacio, facevo congiungere le loro mani. L'idea non piacque a Campagna. Neppure quando, guarda caso, la trovai realizzata in un carosello televisivo.

    Micheli aveva una capacità di esposizione eccezionale, ma non sapeva mantenere la disciplina. Oltre il primo banco, non si udiva parola del suo brillante eloquio. Non fece mai lezione di Geografia, prima dell'Esame di Abilitazione, per pura precauzione, mi premurai di guardare l'indice del testo.

    La vita scolastica ha uno strano destino. I nostri ricordi ci rimandano spesso non alla sapienza che ci ha trasmesso od ha creduto di fornirci, quanto alle nostre follie studentesche. Ecco perché più della dottrina di un prof, resta la memoria di un suo particolare esistenziale. Come in questa citazione fatta da un giornaletto del «Giulio Cesare»: «Dato un basco, trovare il preside Ceccarelli».

    Se io non sono riuscito mai a capire bene la Matematica, lo debbo ad una professoressa detta Cerbero, conosciuta anche come «DDT» perché non faceva volare una mosca. Terribile, distaccata, gelida, saliva (lei piccolina) su di una cattedra altissima, e ci scrutava con la noia di uno squartatore di pollastri, infastidito dall'odore delle interiora. Dagli occhi traspariva un qualcosa d'indefinibile, come certi gelati fatti in casa, senza gusto e senz'anima.
    La Chimica non l'ho mai assimilata grazie al carosello di nove supplenti succedutesi in sei mesi, e poi sparite dalla circolazione, tutte in congedo per maternità.

    In Italiano, ho rimediato un quattro, quando scrissi che mi piaceva correre in bicicletta sotto la pioggia. Ai nostri tempi non c'era libertà di pensiero. Alla prof. di Lettere volevo regalare una copia della scespiriana «Bisbetica domata», ma non consideravo l'aggettivo corrispondente alla realtà.
    La scuola era come l'antico Olimpo: nella parte di Giove tonante, c'era il preside, mitico eroe della burocrazia e protagonista di mille omeriche battaglie contro merende, sigarette, camicie senza cravatte, cravatte senza giacche e giacche senza bottoni.
    Minacciava una sua circolare: «È vietato fumare nel raggio di 300 metri dalle aule». Fu così che, per puro fatto urbanistico, sotto la sua giurisdizione scolastica finirono il municipio, l'ospedale ed alcune banche.

    Mi iscrissi alle Magistrali, conseguendo nel primo anno un risultato pressoché disastroso. Confermato nella mia antipatia verso la Matematica, fui rimandato ad ottobre, come si diceva dimenticando che gli esami di seconda sessione si svolgevano a settembre. Pagavo pegno per la lettura sottobanco della «Gazzetta dello Sport» in quelle noiosissime ore trascorse in un silenzio surreale che aveva come unica alternativa un ben più compromettente sonnellino. Dopo quell'estate trascorsa chino sui libri, smisi di leggere i quotidiani sportivi.
    Ma la Matematica non fu sola. Dovetti riparare non so perché in Francese, nonostante una discreta pronuncia (insolita in città, dove l'influsso dialettale è deleterio), grazie alla capacità linguistica di mio padre il quale parlava correntemente anche il Tedesco (che però non m'insegnò mai).

    Non c'è due senza tre: nell'ultimo trimestre mi rovinai (o per meglio dire, mi fu rovinata) la più che sufficiente media in Italiano. Nel compito in classe conclusivo scelsi il titolo che diceva semplicemente: «Quando piove». Ispirandomi al proverbiale svolgimento del Pierino delle barzellette, che dovendo trattare di «Quando passa il treno» condensò i suoi pensieri in un laconico: «Mi sposto», mi sarei forse salvato se avessi scritto soltanto: «Apro l'ombrello». Invece mi dedicai con aperta vena confidenziale a spiegare quanto fosse «bello» andare in bicicletta sotto l'acqua.
    Apriti cielo, fu proprio il caso di dire nel fatidico giorno della pubblica correzione dei compiti quando ognuno di noi veniva messo alla berlina se di sesso maschile, od elogiato se apparteneva alla eletta schiera delle femmine che chissà perché sapevano fare tutto, e se anche non capivano granché trovavano in genere completa comprensione da parte delle insegnanti, e anche da parte degli insegnanti (maschi) nei casi rari e particolari in cui alla capacità subentrassero esclusivamente simpatia o bellezza.
    Pure in seconda ripassai a settembre per Italiano perché la nuova professoressa non gradiva le mie spiegazioni letterarie.
    Trascorsi l'estate ad esercitarmi con un amico di mio padre, il prof. Nevio Matteini, noto scrittore e studioso di storia riminese. Alla lettura della prima prova scritta che mi aveva assegnata (i suoi titoli erano chiaramente liceali, ovvero non facili), ebbi la soddisfazione di sentirmi dire: «Ma lei sa scrivere». Le cose filarono lisce in terza e quarta, soprattutto in Italiano.

    In terza il prof. Campagna s'accorse che c'erano allievi bravi allo scritto ma che poi facevano scena muta all'orale. Ideò un tranello, un compito in classe all'improvviso in cui i furbi vennero scoperti. (Uno di loro era molto organizzato. Per lo scritto di Latino portava a scuola pagine e pagine di versioni già tradotte. Una volta si smascherò da solo non essendosi accorto che il testo datoci dalla insegnante era più breve di quello che ricopiò lui.)
    Avevamo il turno pomeridiano. Con la terza che andava al mattino, e quello stesso giorno aveva affrontato pure essa il compito in classe, il prof. Campagna s'era vantato del tranello preparato. Qualche compagno di lotta e di sventura ci avvertì del progetto punitivo e soprattutto dei temi assegnati, che sarebbero stati gli stessi anche per noi. In pochi minuti chi sapeva qualcosa di letteratura poté documentarsi su argomenti di una pignoleria terrificante, e fare ottima figura con grande soddisfazione anche del docente.

    In terza e quarta magistrale ho avuto due ottimi insegnanti di Lettere. Tutti presi dalla Letteratura trascuravano con spaventosa impudicizia l'insegnamento della Storia.
    Conservo ancora i libri di quest'ultima materia: il volume del glorioso Saitta di terza, in certi capitoli ha l'annotazione di mano mia (e volontà del docente), "Saltare".
    Riaprendoli adesso mi vergogno non di quella scritta ma del taglio, che ci privava di antefatti e punti di collegamento.
    A quello che la scuola non poteva o non voleva dire, cercavo timidamente di porre riparo leggendo libri e giornali. La domenica era il giorno sacro, con il pomeriggio tutto dedicato a sfogliare carta.
    Non mi piaceva andare a ballare come facevano molti compagni di scuola, preferivo leggere. Non so se sia servito a qualcosa. Se è servito, il merito va soltanto a chi scriveva su quei giornali, a chi li cucinava bene o male secondo gusti e tendenze dell'epoca, a chi tutto sommato ci apriva la mente per capire qualcosa del mondo.

    Quando frequentavo nella primavera del 1960 la quarta magistrale, comperai nel mitico negozio dei fratelli Sarti che ne furono i primi importatori, un completo di tela di jeans, giacca e calzoni, che feci debuttare in un tranquillo pomeriggio a scuola. Il preside mi vide all'ingresso, mi tenne d'occhio, e durante la ricreazione venne ad accertarsi della mia tenuta nel corridoio vicino alla nostra aula. Impassibile, mi fece un giro attorno guardando con attenzione (soltanto curiosità e nessuno scandalo, immagino) alla stoffa che indossavo. Racconto l'episodio per spiegare che bastava poco per essere messi sotto osservazione e passare per «gioventù bruciata» come si diceva allora ripetendo il titolo di un celebre film del 1955 con James Dean.



    Queste righe raccolgono cose da me scritte in varie sedi, dal settimanale riminese " il Ponte" al web.


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